Category: Libertà


Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.

Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.

Giro giro tondo cambia il mondo.

Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l’unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.

Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un’antica speranza.

Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all’amore il resto è niente.

Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo.

Se n’è andato troppo presto, Signor G. Avrebbe avuto sicuramente ancora qualcosa da dire, da esempio di assoluta libertà quale è sempre stato.

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Assassini di democrazie

È scattata la mezzanotte

Elogio del cazzotto

di Massimo Fini

Intendo qui celebrare il cazzotto. Il vecchio, caro, sano cazzotto. Come quello che un abitante di Aulla, che stava cercando di spalar via i detriti lasciati dall’alluvione, ha sferrato a Michele Lecchini, consigliere comunale (leghista) a Pontremoli, il quale si era imprudentemente sporto dal finestrino di una delle tante auto blu che procedevano incolonnate nella zona del disastro. Probabilmente lo sfortunato Lecchini non aveva alcuna responsabilità nelle devastanti conseguenze dell’alluvione, ma quel pugno, un diretto destro che ha colpito il consigliere a un occhio, è emblematico dell’insofferenza e dell’esasperazione che sta montando contro la classe politica e dirigente italiana. L’improvvisato pugile non era infatti un “anarco insurrezionalista”, un black bloc, un militante di un qualche gruppuscolo eversivo. Era un comune cittadino. Come comuni cittadini erano quelli che hanno preso a palate di fango il convoglio di auto blu (centrata in pieno Lucia Baracchini, sindaco di Pontremoli) e poi hanno cominciato a scuoterle gridando “vergogna!”. Come un comune cittadino era quella signora che ha urlato “assassino” al sindaco di Aulla, Roberto Simoncini, e poi è scoppiata in lacrime.

Suppongo che il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, se leggerà queste righe, mi bollerà come “cattivo maestro”, fomentatore di violenza e di possibile terrorismo. Io credo il contrario. Il cazzotto è uno sfogo salutare, e sostanzialmente innocuo, dell’aggressività vitale che alberga in ognuno di noi. A furia di comprimerla questa aggressività, in una società ammalata di buone maniere (si veda Carnage, il film di Roman Polanski), si accumula e finisce per esplodere improvvisamente nelle forme più brutali, per esempio nei “delitti delle villette a schiera” come li ha chiamati Guido Ceronetti. Negli anni Cinquanta ci scazzottavamo tutti. Ci si scazzottava fra ragazzini, divisi per bande di quartiere (è molto improbabile che bambini di undici, dodici, tredici anni si facciano sul serio male, il peggio che poteva capitare era di tornare a casa con un occhio nero, come Lecchini, e prendere, per sopramercato, due sacrosante cinghiate da tuo padre). Ma ci si scazzottava anche fra adulti. Allo stadio, dove nessuno si sognava di andare con spranghe e catene, e fuori dal bar, in genere per questioni di ragazze. Ma quella violenza, diciamo così, primigenia, elementare, naturale, non è mai sfociata in nulla di più grave. Il terrorismo era di là da venire. Sarebbe comparso una quindicina di anni dopo quando i figli dei borghesi, che non avevano preso le giuste nerbate dai padri, i quali erano al contrario orgogliosi di quei loro pargoli tanto “rivoluzionari”, cominciarono a girare in massa per le strade gridando “Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi”, “Fascista, basco nero, il tuo posto è al cimitero”, “Uccidere un fascista non è reato” e qualcuno (non loro, i figli di papà che di giorno giocavano a spaccare le vetrine, e magari anche qualche testa, e di sera, tornati a casa, si attaccavano al telefono: “Pronto, Leonetta?”, “Pronto, Dadi?” che non sono esattamente nomi proletari) prese sul serio quegli slogan.
Il cazzotto insomma è, a suo modo, leale. Sleale, viscida e subdolamente violenta è invece l’evocazione che il ministro Sacconi, sottoposto ad aspre critiche per le sue misure sui licenziamenti (che personalmente, sia detto di passata e per quel che vale, condivido), ha fatto del terrorismo. È una forma di intimidazione che abbiamo visto praticare già tante volte dalla classe politica quando si trova in difficoltà. Un ricatto morale ignobile e inaccettabile che tende a zittire ogni critica addossando a chi la fa la responsabilità dell’eventuale atto criminale di qualche sciagurato che se ne faccia suggestionare (a evocare una cosa inesistente si rischia di materializzarla, come negli esorcismi). Ha detto, con grande lucidità, Pietro Ichino: “Non si può evocare il pericolo di violenza politica per comprimere il dibattito o peggio per accollare a chi dissente la responsabilità oggettiva di eventuali aggressioni commessa da altri”.

Purtroppo gli Ichino sono rara avis e i Sacconi, e i molto peggio di Sacconi, la regola di una classe politica, a tutti i livelli, di incapaci, di inefficienti, di parassiti, di schifosamente privilegiati, quando non di truffatori, di ladri e di delinquenti, che ci logorano quotidianamente i nervi comparendo ogni giorno, con i loro mascheroni da Halloween o da commedia dell’Arte, per dimostrarsi, al momento del dunque, per quel che sono: delle nullità. Con costoro il massimo che possiamo permetterci, in democrazia, è un cazzotto. Ma è anche il minimo.

Fonte

Maronity Report

Stallman e Steve Jobs

Ripubblico qui un post di Alessandro Lorenzi riguardo l’uscita di scena di Steve Jobs e la famosa esternazione di Richard Stallman:

Mi sono preso qualche giorno per commentare in maniera piú distaccata il commento di Stallman riguardo l’uscita di scena di Steve Jobs.

Ho sentito molti pareri a riguardo, molti violentemte contrari, qualcuno (pochi) tiepidamente a favore, alcuni veramente ridicoli (“Lui ha inventato il personal computer”).

Io non mi sento di andare contro Stallman, ha tutte le ragioni. Quando una persona di successo viene a mancare si tende a perdonare qualsiasi difetto ed esaltare ogni aspetto positivo.

Purtroppo questo puó portare danni enormi per gli utenti, creando aspettative maggiori sui prodotti piú chiusi che ci siano marchiati Apple.

Steve Jobs, sul piano tecnico, non ha mai introdotto nulla di particolarmente innovativo. Mouse, portatili, smartphone, touch screen, tablet: tutti prodotti giá esistenti sul mercato ma reintrodotti con un packaging piú affascinante, il tipico giocattolino luccicoso.

Non che questi giocattolini fossero di per se migliori di quelli giá esistenti ma, grazie all’integrazione tra questi e software Open Source rimarchiato proprietario Apple, é stato possibile guadagnare tanto, ma veramente tanto.

Questo non sarebbe male.

Il problema é stato che a fronte di uno sfruttamento massiccio di codice aperto si é andato a fissare una serie di divieti all’utente.
-> l’utente non puó utilizzare un sistema operativo diverso da MAC OSX.
-> l’utente non puó cambiare la batteria dell’iPhone
-> non é possibile scegliere un dispositivo diverso dall’iPhone per utilizzare il sistema operativo
-> obbligo di utilizzare solo applicazioni certificate da Apple

Questi e altri innumerevoli blocchi hanno portato a creare una gabbia dorata dove mettere l’utente.
L’utente medio vede oro ovunque, io ci vedo solo sbarre.

Steve Jobs NON é un innovatore.
Steve Jobs NON é un salvatore.
Steve Jobs É un carceriere.

… ups.. era :3

E se nessuno in questo momento lo dice per buonismo, Stallman, un personaggio decisamente eccentrico
e spesso fuori dal mondo reale, si puó permettere di dirlo.

E l’ha detto con le parole giuste “nobody deserve to have to die”, ha detto che Jobs esercitava un’influenza negativa anche dopo che ha lasciato il ruolo di CEO (rimanendo comunque uno dei soci di maggioranza, quindi continuando ad influenzare le scelte Apple).

Stallman non ha sbagliato, forse rimanendo in silenzio avrebbe fatto una piú bella figura, ma avrebbe anche aiutato Apple a ravvivare ancora una volta la figura di un mito.

..:: Alessandro Lorenzi ::..

I miti sono importanti. I giovani hanno bisogno di t-shirt in cui credere. [Ellekappa]

Link all’originale

Ripubblico un post di antoniomenna, semplicemente illuminante:

Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui,  con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

Mettiamo che Steve Jobs sia nato in provincia di Napoli. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi.

Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare.

Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”.

I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano.

Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi?

Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista a Napoli che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”.

I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare.

Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”.

Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro.

Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”.

I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti.

La Apple in provincia di Napoli non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

Fonte

Testo originale di Guiodic

Stati Uniti d’America, inizi del XX secolo. L’America crede nel progresso e nella scienza. I piroscafi attraversano l’Atlantico, i treni corrono sempre più veloci, le lampadine inventate da Thomas Alva Edison sostituiscono le vecchie lampade a gas, l’energia elettrica incomincia ad entrare nelle case.

Tutto sembra dire che la freccia del tempo continua ad andare in avanti. Sempre più velocemente.

Alcuni giovani di belle speranze, appena usciti dalle più prestigiose Università americane dove hanno studiato la termodinamica, aprono delle piccole fabbriche ovunque nel Paese. Producono un nuovo marchingegno: il frigorifero domestico. Niente di tecnicamente rivoluzionario, sia chiaro. Macchine del genere già esistevano da tempo, ma erano grandi come case e riservate a chi era in possesso di ingenti capitali da investire nella fiorente industria del ghiaccio. Il frigorifero domestico è diverso: lo metti in cucina e via.

Agli Americani, fieri individualisti, piace subito l’idea di farsi il ghiaccio in casa e di non dover più rivolgersi ai punti vendita per mettere in fresco le vivande e raffreddare i propri drink. Per i locali pubblici (bar, ristoranti) è una vera rivoluzione. Tra le classi meno abbienti impazza la moda della Coca Cola con ghiaccio e del whisky on the rocks. In pochi anni, infatti, il frigorifero è diventato sempre più economico e alla portata di chiunque, anche di impiegati e operai.

L’industria del ghiaccio è in allarme. I suoi margini di profitto diminuiscono a vista d’occhio. Centinaia di analisti guardano i grafici delle revenue in picchiata. In borsa, a New York, tutti vogliono vendere le azioni delle industrie del ghiaccio. Ma nessuno sembra volerle comprare. “Spazzatura”, dicono a Wall Street. Il destino dell’industria del ghiaccio sembra segnato, come era già accaduto per il foraggio dei cavalli (ora la gente viaggia in auto, chi non può permettersela in tram).

E’ a questo punto che la FAIG (Federazione Americana Industria del Ghiaccio) si coalizza con l’UDIGUS (Unione Distributori Ghiaccio degli Stati Uniti) e si rivolge al Congresso. Decine, forse centinaia di lobbisti avvicinano ogni singolo parlamentare. Anche il Presidente li riceve e i membri dell’Amministrazione sono tutti coinvolti.

Ai politici, gli uomini della FAIG spiegano che è sbagliato che gli Americani producano ghiaccio in casa. L’acqua potrebbe essere inquinata, i consumi elettrici sono eccessivi, e poi l’industria sta perdendo profitti di giorno in giorno. Migliaia di operai sono per strada. Molti di più però sono a lavorare nelle industrie di frigoriferi domestici, ma questo i lobbisti non lo dicono ai rappresentanti del Congresso.

Gli uomini della FAIG però capiscono che questo non basta. Sollevano l’argomento morale: non è giusto che i signori del frigorifero domestico usino la nostra stessa tecnologia per distruggerci. E non è giusto che lo facciano i cittadini americani. Chi sono questi consumatori per diventare loro stessi dei piccoli industriali del ghiaccio in casa? Pare infatti che chi ha il frigo addirittura regali il ghiaccio ai vicini! Gratis! Costa talmente poco che è ridicolo farsi pagare. “Non facciamo nulla di male” – dicono i manigoldi – “siamo solo dei buoni vicini”. Ma la FAIG non è d’accordo e spende milioni di dollari in pubblicità sui giornali, nei cinematografi, in radio: “pirati del ghiaccio” vengono subito soprannominati.

La FAIG ottiene dal Congresso la proibizione di “duplicare il ghiaccio e diffonderlo senza autorizzazione dei detentori dei diritti”. Chi lo farà verrà punito dalla legge. Ma non è tutto. Le piccole industrie di frigoriferi domestici devono pagare i brevetti alle grandi industrie della FAIG. Poi devono anche pagare una tassa chiamata “equo compenso”, che sale a seconda di quanti cubetti di ghiaccio il frigo può potenzialmente produrre. Anche i consumatori devono pagare l’equo compenso. Anche quelli che non hanno il frigo. Si sono inventati un modo: siccome il ghiaccio si fa con l’acqua, viene tassata l’acqua. “Ma io non la uso per il ghiaccio” – protestano in molti. Non importa, si presume che tu lo faccia, o che lo faccia il tuo vicino per te, quindi devi pagare ugualmente l’equo compenso.

Nonostante questo, l’industria del ghiaccio è sempre più in crisi. La picchiata non si arresta. Tutte le contromisure sembrano essere inefficaci. Ed è così che nasce l’idea.

La FAIG convince il Congresso a creare una “Autorità Garante per il Ghiaccio”. Una sorta di tribunale senza troppi vincoli, i cui membri sono nominati dal Congresso stesso, che detta le regole, giudica i colpevoli ed emette le sentenze. Molti sostengono sia incostituzionale, ma il Congresso va avanti lo stesso. “Se vuoi puoi ricorrere al giudice contro le decisioni dell’Autorità”, dicono. Decisioni però che sono immediatamente operative. E se non hai i soldi, certo non potrai appellarti contro le sentenze dell’ “A-Gi-Ghi”.

L’Autorità studia come salvare l’industria del ghiaccio. Ma non lo dicono così, perché non è convincente spiegare alla gente che bisogna salvare un’industria vecchia e ucciderne un’altra nuova. Loro parlano di “diritto di congelamento”. L’acqua è privata e le aziende della FAIG possiedono la maggioranza delle azioni degli acquedotti. Pertanto non tutti sono autorizzati a congelarla. Questo è il loro assunto. Puoi pagare per avere il diritto di congelamento ma in realtà io “detentore dei diritti” posso revocartelo quando voglio perché te l’ho solo concesso. Il giacchio l’ho inventato io. Anche l’acqua è mia. Perché dovresti farci altro se non ciò che io “detentore dei diritti” decido tu possa fare con essa? La chiamano “licenza di congelamento”. Le licenze si vendono, per cui ogni cittadino compra la licenza a congelare la “loro” acqua (su cui già paga l’equo compenso). Si stabilisce anche che il cittadino comune non può produrre più di 5 cubetti al giorno. E in ogni drink non possono andarci più di due cubetti. “E il cubetto dispari?”, si chiedono in molti. La nuova legge su “diritto di congelamento” non lo dice, ma il terzo drink lo devi bere fresco appena, e non freddo come vorresti tu.

Viene inventato il sistema “Ice Rights Management”, gestione dei diritti del ghiaccio, e viene inserito nei frigoriferi. All’acqua viene aggiunto un additivo innocuo per la salute, ma che consente il congelamento solo nei frigoriferi autorizzati, quelli che rispondono alle norme tecniche dell’ “IRM”.

I cittadini fanno i salti mortali. Ci sono modi per aggirare i meccanismi di controllo ma non tutti sono capaci di adottarli. E se vieni scoperto a farlo rischi grosso. In Europa un ragazzo che ha inventato un anti-IRM è finito in galera. Anche lui era un “pirata”.

Ma anche questo non basta. Nulla sembra riuscire a fermare la rivoluzione del frigorifero domestico. Le tecniche di controllo si inaspriscono. In Francia, dove hanno lo stesso problema, la società elettrica controlla i flussi di energia: se scopre che c’è un consumo eccessivo, suppone che tu produca troppo ghiaccio. Degli ispettori pagati dalle industrie del ghiaccio possono “aiutare” lo Stato a individuare i malfattori. Se vieni scoperto a produrre cubetti non autorizzati, dopo tre infrazioni ti viene staccata la corrente elettrica. Persino la Società delle Nazioni si ribella e dichiara il frigorifero domestico “diritto umano”. Ma il suo appello cade nel vuoto.

Intanto in America tutto è ormai pronto. Il 6 luglio 1921 l’Autorità Garante per il Ghiaccio vara un regolamento che prevede la “tutela del diritto di congelamento” con ogni mezzo necessario. Compresa la tecnica detta “deep electron inspection” che consiste nel controllare a che scopo gli elettroni vengono consumati. Analoga tecnica, la “deep water inspection”, viene usata per l’acqua. Pare infatti che esistano circuiti di approvvigionamento idrico ed elettrico ancora liberi, che vanno assolutamente contrastati. Lo chiamano “Ice Rights Enforcement”, cioè “applicazione dei diritti del ghiaccio” ma non a caso la parola “enforcement” significa anche “costrizione”. Se violi la direttiva, ad esempio se regali il ghiaccio ai vicini, l’Autorità ti consente di metterti in regola entro 5 giorni. Altrimenti sempre l’Autorità mette delle palizzate intorno a casa tua e il Comune trasforma in un tappeto di chiodi il vialetto che porta nella tua proprietà, così che nessuno possa avvicinarsi. All’inizio del vialetto c’è un cartello: “Sito non raggiungibile per violazione delle norme sui diritti del ghiaccio”. L’idea è nata per contrastare i pedofili, chiudendoli in casa agli arresti domiciliari e segnalandoli alla comunità con cartelli simili. Lo chiamano “oscuramento”. Sei un delinquente, giusto? Perché qualcuno dovrebbe essere libero di venire a casa tua, magari per aiutarti a infrangere la legge? E che dire di quelli che vorrebbero il “nostro” ghiaccio da te?

Qualcuno protesta per l’equiparazione tra pedofili e “pirati”, ma la protesta rimane inascoltata.

Finalmente gli effetti di tanto lavoro incominciano a sentirsi. Migliaia di cittadini vengono “oscurati”. La gente ha paura e fa sacrifici per ottenere il poco ghiaccio concesso secondo le nuove leggi.

Le industrie di frigoriferi domestici avvertono il colpo. Alcune di esse, come “FreezerBook”, “TwiFreezer”, “Froogle” erano diventati dei veri colossi. Ora spendono più in avvocati e sistemi di controllo obbligatorio che in innovazione tecnologica sui frigoriferi. I cittadini sentono che c’è qualcosa di sbagliato, che diffondere il ghiaccio, regalarlo, usarlo per i più svariati scopi e senza limiti al numero di cubetti per drink dovrebbe essere un’attività lecita e libera. Sentono che c’è del “vecchio” in tutto questo, che se l’industria del ghiaccio è messa di fronte ad un nuovo modo di produrre e consumare, allora è l’industria che deve adattarsi. O morire. Non i diritti dei consumatori. Non la nuova tecnologia dei frigoriferi domestici.

Ma il peggio è ormai fatto. La gente ha paura. La vecchia industria del ghiaccio ha vinto. I frigoriferi nelle cucine ci sono ancora, ma sono controllati della Autorità e la FAIG ha persino degli ispettori che vanno casa per casa e denunciano i pochi trasgressori rimasti.

Eppure qualcuno lo aveva detto. Si erano levate voci che avvertivano del pericolo. Molti si sono disinteressati. Altri hanno risposto che era impossibile controllare il progresso e che esso avrebbe vinto, comunque. Non era vero. Era già successo, in Asia, che i frigoriferi dei cittadini fossero controllati dallo Stato. Chi tentò la “Rivoluzione del ghiaccio” fu duramente represso. “Ma quella è una dittatura”, ripetevano in molti. “Ciò non toglie che si possa fare, che la Rivoluzione del frigorifero può essere controllata e addomesticata”, rispondevano le cassandre. Magari non per tutti. Ci sono sempre dei pirati, degli hacker, che bucano la censura. Ma se rivelano come farlo possono venire incarcerati. Uno di loro, il leader di WikiFreeze che voleva “liberare il ghiaccio”, fu colpito con la scusa di aver molestato una donna. Non era vero, ma dovette subire un processo e andò in galera. E la maggioranza non riuscì mai ad applicare le tecniche più sofisticate per scavalcare i controlli.

Fu così che la rivoluzione del frigo domestico fu fermata. Oggi, nell’Anno del Signore 2011, pochi ricordano quegli accadimenti. Eppure hanno cambiato la Storia. Oggi per noi è un fatto assodato non avere la libertà di congelare l’acqua. Ma chiediamoci: è normale che sia così? E’ giusto? Poteva andare diversamente, se avessimo reagito in tempo?

Forse non lo sapremo mai.

P.S. Questo non è un racconto di fantasia. E’ quello che può accadere se l’Autorità Garante delle Comunicazioni italiana varerà il 6 luglio la delibera sull’enforcement del diritto d’autore: http://www.agoradigitale.org/nocensura

Solo che non parliamo di ghiaccio, ma di Internet e di libertà.

Per La Libertà Dei Cittadini in Rete: http://www.facebook.com/retelibera

© 2011 Guido Iodice. La copia letterale e la distribuzione di questo articolo nella sua integrità sono permesse (e caldamente sollecitate) con qualsiasi mezzo, a condizione che questa nota sia riprodotta.

Nota: Come tutte le metafore, qualcosa non coincide alla perfezione. Ma lo scopo di questo articolo è mostrare l’assurdità di voler controllare la Rete e la profonda ingiustizia dietro questo intento.

L’idea originale della metafora dell’industria del ghiaccio non è mia, ma di Bruce Perens, che l’ha usata in un contesto differente: http://www.askmar.com/Open%20Source/Bruce%20Perens.pdf

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