Apprendo dalla Rete che il settimanale TIME ha appena eletto Mark Zuckerberg come “Persona dell’anno” per il 2010, suscitando non poco sdegno tra il popolo di Internet.

Eh già, perché il favorito nei sondaggi era niente di meno che il mitico Julian Assange. Quando poi è stata resa nota la decisione della redazione di Time, in tanti hanno accusato il colpo. Per riuscire a salvare la faccia quindi il caporedattore centrale della rivista, Richard Stengel, ha scritto un articolo per motivare la quantomeno singolare scelta. Innanzitutto con l’emblematica frase “Facebook […] di certo ha più informazioni sui propri cittadini di quante ne abbiano i governi” mette in evidenza il fatto che FacePuke raccoglie dati e profila utenti senza scrupolo alcuno. Una cosa intollerabile. Una scandalosa violazione della privacy giustificata dalla sottoscrizione di condizioni poco chiare per il trattamento dei dati personali. Uno dei tanti motivi per cui non sono iscritto né mai mi iscriverò a questo social network.

Dopo aver tessuto le lodi di uno che ha rubato ad altri l’idea di un social network universitario, Stengel comincia a paragonare Zuckerberg ad Assange, affermando che entrambi “sono due facce della stessa medaglia”; entrambi rifiutano le autorità tradizionali e ricercano trasparenza (andatevi a leggere le condizioni di FaceBook per il trattamento dei dati personali, poi vediamo se quella è trasparenza oppure no). A detta del delirante panegirico del signor Stengel, Assange attacca i governi per togliere loro potere, mentre Zuckerberg dà la possibilità agli individui di scambiarsi informazioni con l’idea che il potere possano acquisirlo (andatelo a dire a quelli del Popolo Viola che si sono trovati cancellati interi post o profili, solo per citare un esempio di sospensioni arbitrarie contro gruppi di persone che si coordinano attraverso FacciaBuco); Assange vede il mondo popolato da nemici (veri, i quali, perseguendo solo i propri interessi personali, costituiscono un serio pericolo per la popolazione), Zuckerberg da possibili amici (finti, perché l’accezione che la parola “amico” assume nel mondo digitale è totalmente diversa da quella del mondo reale, lo sappiamo bene).

L’articolo afferma inoltre che entrambi disprezzano la privacy. E anche qui mi permetto di dissentire, perché occorre fare le dovute distinzioni. Assange disprezza la privacy dei governi, perché i segreti di stato ci impediscono molto spesso di conoscere la verità su parti oscure della nostra storia, permettono ai potenti di turno di operare i propri loschi affari senza essere disturbati né tantomeno puniti per le condotte criminose che adottano. Il segreto di stato è solo una scusa utilizzata per coprire la verità dei fatti, non c’entra un cazzo la sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti può arbitrariamente venir meno qualsiasi diritto fondamentale nel nome della sicurezza nazionale. Mentre invece Zuckerberg disprezza la privacy degli utenti stessi che sono iscritti al suo sito e che gli permettono di guadagnare una marea di soldi ogni anno. Può virtualmente fare quello che vuole (e in effetti già lo fa) con i 600 milioni di vite che tiene sulle punte delle dita. Si tratta palesemente di due cose completamente diverse. Quindi attenzione a compiere confronti azzardati come questi.

La verità è che Julian Assange è indiscutibilmente un eroe moderno, e che Mark Zuckerberg non vale neanche un’unghia dell’hacker australiano. A prescindere da ogni riconoscimento ufficiale le cose tali sono e tali rimarranno.

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